Saturday, 26 May 2007

Abbiamo più volte ribadito un concetto: l'invulnerabilità delle ONG. Ma c'è un'eccezione che divierne visibile quando una delle Organizzazioni Non Governative osa attaccare gli Intoccabili. Ed è solo allora che i nostri quotidiani sembrano svegliarsi da un torpore da Bella Addormentata nel bosco e suonare la carica. Leggiamo. Pregiudizi e silenzi di Amnesty Anche il Foreign Office inglese ha protestato per i pregiudizi contenuti nel nuovo rapporto annuale di Amnesty International per il 2006 appena presentato a Londra. Che peccato: forse è venuta l’ora di osservare con sguardo meno estatico di quello che il mondo ha fatto fino ad oggi una Ong che è diventata ben più politica che umanitaria. Amnesty è la bibbia dei diritti umani; se Amnesty condanna, è come se i Dieci Comandamenti ti venissero sbattuti sul viso, e di fronte al mondo. Ogni sanzione morale internazionale diventa possibile e anzi probabile. Le condanne comminate da quella che forse è la più famosa fra le Ong sono la pietra di paragone della religione del nostro tempo. Ma il fatto, con tutto il rispetto personale per coloro che lavorano sul campo anche in situazioni pericolose, è che la fiaccola della giustizia è passata nelle mani di un’ideologia e di gruppi politici che ne hanno per lo più fatto uno strumento politico e non umanitario; la storia dei diritti umani dal dopoguerra ha avuto la disgrazia di sposare lo schieramento «antimperialista», quello «anticolonialista», quello «anticapitalista» credendo di allearsi così a un mondo di oppressi. Ma ne hanno fatto le spese proprio uno sguardo chiaro e obiettivo sulle prepotenze dei dittatori appartenenti alla parte «antimperialista» del mondo. Il principio di responsabilità è stato diluito fino a sparire quando si parla di Terzo Mondo, mentre è stato esasperato e frainteso per l’Occidente e portato al calor bianco per gli Usa e Israele. La fine della Guerra Fredda non ha migliorato la situazione. L’Economist scrive dunque che una organizzazione che dedica più pagine agli abusi contro i diritti umani in Inghilterra o in America che alla Bielorussia o all’Arabia Saudita non può sfuggire a un dubbioso riesame del suo ruolo. Su Israele, naturalmente avviene la danza rituale più selvaggia. Con il rapporto annuale del 2006 presentato mercoledì scorso, Amnesty condanna Israele e gli hezbollah parimenti, e li accusa, a causa dei civili uccisi da Israele durante la guerra dell’agosto scorso, di essere ambedue responsabili di crimini di guerra. Amnesty attacca Israele anche per l’alto numero di morti palestinesi, 650, sostiene in maniera opinabile, nel 2006. È una accusa inaccettabile dal punto di vista del metodo, della morale e delle conseguenze strategiche nel tempo della guerra asimmetrica. Nel numero delle persone uccise da Israele e che vengono per la maggior parte classificate «civili», in realtà, in un mondo di guerriglia senza divisa, si parla anche di militanti, e purtroppo di popolazione che serve di supporto logistico e strategico, di scudi umani che sia Hezbollah che Hamas usano normalmente come vantaggio strategico fisso. Nel documentatissimo rapporto di 50 pagine di «Intelligence and Terrorism Information Center for Special Studies» (CSS) si trova minuta descrizione, arricchita da molte foto, in cui si scoprirà la capillarità e la sofisticazione con cui quasi ogni casa, moschea, garage dei villaggi sudlibanesi sia stata trasformata da Nasrallah in una struttura adibita alla guerra e da cui i lanciarazzi sparavano contro Kiriat Shmone o Haifa, sui civili israeliani. Ogni statuto della legge internazionale che governa la condotta in guerra è qui stato violato, Hamas agisce sullo stesso modello. I villaggi sciiti sono stati una base operativa arruolata per amore o per forza quasi completamente, così che l’unita Nasr (1000 operativi regolari) e le riserve (3000 circa) non hanno mai combattuto soli, ma con lo scudo dei villaggi. L’organizzazione ha dunque violato tutte le regole ed è palesemente «criminale di guerra»; Israele può avere compiuto errori, magari anche occasionali crimini. Ma che c’entra con la sistematica, prescelta violazione delle forze terroriste? A Roma si direbbe che il linguaggio di Amnesty è una «pecionata» ma sarebbe un giudizio benevolo. La confusione è fatta apposta. Mentre Israele ha combattuto in un teatro di guerra in cui l’alternativa è fra il lasciare colpire la propria gente e difendersi in una situazione che Nasrallah ha descritto così in un discorso dopo la guerra: «Come potrebbero gli hezbollah ritirarsi dalla regione a sud del Litani? Vorrebbe dire il ritiro dei cittadini di Aita che hanno combattuto ad Aita; di Bint Jebeil che hanno combattuto a Bint Jebel; di al Khiam, di al Taibe; di Meiss... tutti i giovani che hanno combattuto in prima linea sono di là...». In secondo luogo: nel rapporto sul 2006, Amnesty condanna Israele, in base ai parametri usati dall’Ngo monitor presieduto da Gerald Steinberg, molto di più di quanto non condanni l’Iran, il Sudan, la Libia, la Siria, l’Egitto. Violatori seriali, mentre Israele è una democrazia in cui libertà d’opinione, legge e ordine sono la regola. «È ridicolo - dice Steinberg - pensare che durante l’anno Amnesty ha emesso 48 pubblicazioni di “azione urgente” su Israele, mentre ne ha dedicate 35 all’Iran, 2 all’Arabia Saudita, 7 alla Siria». Ma Amnesty, che era nata per difendere i prigionieri, non ha mai richiesto la liberazione dei due soldati israeliani rapiti dagli hezbollah. Su Israele sembra posseduto da una confusione concettuale per cui lo Stato ebraico si è macchiato di violazioni dei diritti umani, 42 volte, e, che so, il Sudan 15; crimini di guerra: 46. Il Sudan: 21... Se si guarda a tutti i Paesi islamici, la fanno in gran parte franca o vengono sanzionati in maniera molto blanda, mentre gli americani sono anche loro una vittima rituale. Amnesty per spiegare le sue fonti fa riferimento a «testimoni visivi» la cui oggettività è tutt’altro che certificata. I ricercatori di un tink thank dell’Università di Londra e del Conflict Analiys Resource Center hanno raggiunto le stesse conclusioni esaminando, a Bogotà, uno studio di Amnesty sui conflitti in Colombia: «L’approccio di Amnesty e di Human Rights Watch... include scelte di fonti opache... non specifica le fonti, usa definizioni non chiare, parametri erratici di spiegazione».
[ Fonte: Il Giornale ]
Monday, 14 May 2007

La pedofilia fa audience. E' un flagello, una cosa ignobile e bla bla ma non per tutti. C'è gente che ci campa. Come le testate giornalistiche italiane. Come le reti televisive italiane. Pruriginosi psicologi che si accompagnano a pruriginosi conduttori. Patatina, pipo, culetto. Culetto, pipo, patatina. Le parole d'ordine queste ripetute a dispetto di qualsiasi fascia protetta. A dispetto della differenza che passa tra cronaca e morbosità. E' un flagello. Sarà un flagello. Verrà il flagello.
Saturday, 12 May 2007

Siamo figli delle lezioni di educazione civica che ci faceva sbadigliare. Siamo figli legittimi però del mondo civile. Un mondo civile di gomma, ma pur sempre civile. Lezione: Una Corte costituzionale è un organo giurisdizionale dotato di speciali competenze, definite anche "super-legislative" perché in grado di vanificare la volontà espressa dal legislatore ordinario. Le corti costituzionali o, in generale, gli organi che esercitano la giustizia costituzionale, svolgono la fondamentale funzione di garanti della costituzione di un dato ordinamento. Alle corti costituzionali sono quindi in genere affidate funzioni di controllo della conformità formale e sostanziale alle disposizioni della Costituzione degli atti degli organi di indirizzo politico (principalmente: Parlamento e Governo). Notizia: Il Giudice costituzionale Romano Vaccarella ha rassegnato le dimissioni dalla Corte Costituzionale. Lo tende noto una nota della Corte Costituzionale. Le dimissioni sarebbero motivate "sia con riferimento a dichiarazioni in materia di ammissibilità di referendum elettorali, attribuite da organi di stampa ad alcuni ministri e ad un sottosegretario, offensive della dignità e della indipendenza della Corte stessa; sia con riferimento all'assenza di smentite ed al silenzio delle Istituzioni". Reazione "civile": Chissenefrega Notizia + reazione "incivile": Il nome di Chaudry scatena la violenza a Karachi, la più popolosa città del Pakistan. Vie bloccate, agguati e scontri, anche a colpi d'arma da fuoco, che hanno causato, secondo varie fonti, almeno quindici morti e decine di feriti. Iftikhar Chaudry, ex giudice della Corte Costituzionale pakistana sospeso dal governo nel marzo scorso ne sono nati scontri con i sostenitori del magistrato, e l'aeroporto di Karachi è stato bloccato a lungo. Alcuni "barbari" ancora si interessano di un giudice delle Corte Costituzionale. Puah!
Friday, 11 May 2007

SPALLA, ATTORE DI SPALLA attore che sostiene il comico offrendogli i pretesti e gli spunti grotteschi. Termine proveniente dallo spettacolo acrobatico, dove uno dei saltimbanchi offre la propria spalla per permettere all'altro di appoggiarsi e lanciarsi nell'esercizio. Il bravo acrobata di spalla è colui che, oltre a sostenere l'appoggio, imprime un contraccolpo elastico così da aumentare la propulsione e lanciare il collega nella sua evoluzione acrobatica. La spalla è, insomma, il supporter di appoggio e spinta che provoca il comico e gli permette di elaborare il proprio gioco. Tenuta ben presente la definizione di cui sopra leggetevi ora la risposta di Medici su Liberazione verso i dubbi - ci permettete di dubitare dei dubbi ? - del Sig. Poverini espressi con la lettera apparsa su Repubblica. Atto secondo del Razzismo Buffo Razzista di sinistra è possibile? Sandro Medici*Come molti, sono stato catturato dalla lettera del signor Poverini, che ieri mattina dalle pagine di Repubblica raccontava i suoi tormenti per il sentirsi di sinistra e il rischiare di diventare razzista. Bella lettera, schietta e sofferta, impulsiva come dev'essere se si decide di strappare quel pudore culturale che invita a misura e comprensione, mentre il vissuto spinge a scivolare verso impazienze e intolleranza. Vorrei provare a rasserenarla, signor Poverini: le contraddizioni sono di questo mondo e nessuno ne è immune, tranne gli ignari o forse i presuntuosi. Ci sentiamo vicini, solidali e proviamo anche a fare qualcosa, quando incrociamo le sofferenze di quella moltitudine di disgraziati cittadini del Sud del mondo: quando c'imbattiamo nei ragazzini destinati a morire di fame, nelle donne che piangono i caduti di guerra, in quei vecchi dallo sguardo profondissimo, immobili e accucciati in qualche angolo della Terra, specchio di una vita passata a consumare speranze, una dopo l'altra perdute. Ci si agita qualcosa dentro, ci commuoviamo, ci sale un'incontenibile indignazione, malediciamo le grandi ingiustizie di un'economia che depreda e depriva, lasciando tre quarti del pianeta nella miseria e nella morte. Succede a tutti, quasi a tutti. Così come succede a tutti, quasi a tutti, di non sopportare la zingarella ladruncola, il giovane africano strafottente, l'albanese o il romeno prepotente; a maggior ragione, la banda di slavi che rapina le villette, gli odiosi caporali che vendono le braccia di loro connazionali nei cantieri o quelle orribili signore che chiamano ragazze dai loro paesi per poi costringerle alla prostituzione. E' del tutto normale. Succederebbe anche se ladri e sfruttatori fossero italiani. O no? Fermiamoci a ragionare per poi ammettere: non è la stessa cosa, non è lo stesso sentimento. Con gli stranieri siamo più severi, siamo meno inclini a perdonare. E' come se non potessero permetterselo; se sono ospiti qui da noi, devono rigare dritto: non solo calpestano il nostro sacro suolo, usano le nostre città, i nostri territori, godono di quanto di nostro è a disposizione, e poi si permettono anche violenze e illegalità. Sono insomma socialmente più accettabili le truffe di mafia che le risse tra africani, slavi, neo-europei o cinesi. Meglio farsi rapinare da un italiano che da uno straniero. Tranquillo, signor Poverini, non è l'unico razzista in circolazione, lo siamo un po' tutti. Tutti preda del nostro inconscio, di quel primitivo impulso di antagonismo verso il diverso; e più diverso è, nel colore della pelle, nella lingua, nella cultura, negli odori che diffonde la sua cucina, e più intensa si manifesta l'estraneità. E' così da sempre e forse sempre sarà. Quel che ci attanaglia è l'ingannevole stato d'animo che ci spinge a rifugiarci in un'identità, un'identità culturale, storica, sociale. Un moto irresistibile e necessario per trovar rifugio alle nostre debolezze, ai nostri esili profili impauriti dal mondo grande e terribile. Ognuno a casa sua. Rassicura, conforta stare insieme tra simili riconoscibili e riconosciuti. Fa parte della nostra natura di esseri imperfetti, vivere gli altri come minacciosi e dunque con diffidenza. Il fatto è che con il tempo, con le grandi accelerazioni della contemporaneità le identità tendono a smarrirsi: i confini si rarefanno e i popoli si slabbrano. Tutto sembra miscelarsi e confondersi ed è difficile rintracciare cosa è chi e chi è cosa. E' quel portato inevitabile di un sistema economico globale che per garantire ai pochi gli standard di consumo e di vita considerati necessari, non esita a depredare i tanti nel resto del mondo, violentando e guerreggiando. E così producendo una sterminata popolazione di scorie umane che vagano di qua e di là, alla ricerca di qualche frammento di benessere, pur sempre migliore di quanto si lascia in un campo profughi, in una città bombardata, in un villaggio abbandonato. E' un cambiamento epocale, quello che si sta producendo sotto i nostri occhi: ed è inevitabile. Ai funerali di Vanessa Russo - uccisa nella metropolitana di Roma da una giovanissima ragazza rumena - qualche giorno fa, una signora urlava la sua protesta, chiedendo che Roma tornasse com'era vent'anni fa. Non è più possibile che avvenga. E' illusorio, oltreché ingannevole. Il grido disperato di quella signora è il sintomo di una società che si trasforma senza consapevolezza, e che anzi resiste al nuovo perché di quel nuovo ha paura. Ma è in questo mondo che cambia che dobbiamo vivere, pur se apparentemente non ce ne sentiamo responsabili. "Anche se vi ritenete assolti, siete lo stesso coinvolti", diceva Fabrizio De Andrè. Forse essere di sinistra, signor Poverini, è avere coscienza di quanto sia difficile questo frangente storico, per conviverci e gestirlo senza nascondere o negare dubbi e contraddizioni. Con politiche d'accoglienza per gli stranieri e garanzie sociali per tutti. E' difficile, si sa. Soprattutto quando si intuisce un odio montante, quando c'è chi, a destra, invoca misure manesche e sbrigative, raccogliendo consensi e favori. Ma bisogna aver fiducia nell'intelligenza propria e in quella collettiva. *Presidente Municipio Roma X
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