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DuracellSaturday, 29 December 2007
Come non andare fieri di un Presidente del Consiglio che così si è oggi espresso? "Un governo dura solo se fa". "Io duro perché faccio, non è che faccio perché duro". "Nessun governo che vuole durare dura". Peccato che si sia dimenticato di affermare perentoriamente: chi la dura, la vince! Compra cinese!Saturday, 29 December 2007
Le tredicesime sulla via di Pechino. Compriamo molto cinese, ma cosa? Giocattoli, abbigliamento e high tech, si acquista sempre più in Cina Ci sono quattro bocchettoni da doccia sul bancone del negozio. Tre costano 20 euro l'uno, il quarto 15. E' di qualità inferiore? "Niente affatto. E' esattamente uguale agli altri tre" risponde il venditore. E allora? "E allora, è cinese, tutto qui. Se lei dovesse comprare una Jacuzzi, le direi di pensarci bene. Ma per prodotti come questo, la differenza è zero. Compri pure il cinese". Il mondo cambia, dieci anni fa al rubinetto cinese non ci avremmo neanche pensato, ma anche oggi, a prima vista, sembra tutto relativamente facile. Se il prodotto che ci interessa è relativamente semplice (una banale pentola, ad esempio) compriamo cinese: è uguale e costa meno. Se è tecnologicamente sofisticato (una pentola a pressione o antiaderente) cercheremo un marchio europeo o americano, accettando di pagare di più per la miglior qualità. Purtroppo, il mondo è più complicato di così e questa ricetta non funziona. Primo, perché la qualità è concetto assai volatile. Il British Journal of Sports Medicine ha recentemente testato nove diverse scarpe da corsa. Le più economiche costavano 60 euro. Le più care, provviste di cuscinetti d'aria e vari sistemi antiurto, 110 euro. Il problema, riferisce la rivista, è che nessuna scarpa è davvero in grado di annullare gli effetti negativi della corsa sulle ossa e sulla spina dorsale. Tuttavia, in termini di comfort e protezione, gli esperimenti hanno dimostrato che le scarpe meno care erano anche (sia pur di poco) migliori. Vi interessa lo sci, piuttosto della corsa? Le giacche a vento "tecniche" cinesi costano meno di quelle europee, ma, dicono gli esperti, tengono caldo allo stesso modo. Secondo, perché, nel mondo globalizzato, il marchio dice poco e non ci spiega se quel telefonino arriva dalla Finlandia o, in larga misura, dalla Cina. Terzo, perché stiamo vivendo in diretta una grande e rapidissima rivoluzione industriale, che ha già fatto della Cina "la fabbrica del mondo". Vent'anni fa, dalle parti di Brescia e di Lumezzane, sognavano il giorno in cui i cinesi avrebbero imparato a mangiare con le posate, invece delle bacchette. "Pensi - fantasticavano gli industriali del settore - 700 milioni di forchette". La realtà è che noi, oggi, importiamo in massa dalla Cina oltre 40 mila tonnellate di stoviglie, pentolame, articoli da cucina, coltelli e forchette e ne esportiamo lì solo per 300. Importiamo più coltelli che forchette, magari, perché sono più facili da fare. "Ma è meglio non sottovalutare i cinesi" dice Virgilio Bugatti, che presiede la Fiac, la federazione degli articoli casalinghi all'interno dell'Anima, l'associazione della meccanica varia: "Imparano in fretta". Insomma, quello che era vero ieri non sarà vero domani e, magari, non lo è neanche oggi. Il made in China sta risalendo velocemente quello che gli economisti chiamano "la catena del valore aggiunto": presto la Jacuzzi cinese sarà ottima, le giacche a vento lo sono già. I cinesi hanno smesso di fare accendini di plastica, siamo circondati da computer e tv che arrivano da Shanghai o da Xian. Risultato? Siamo sommersi da un fiume di prodotti cinesi (a volte ottimi, a volte pericolosi) molto più grande di quello che pensiamo. Attenzione, non stiamo parlando di falsi e contraffazioni, che pure pesano e non poco: 7 miliardi di euro l'anno nella sola Italia, per metà nel comparto abbigliamento-borse-valigie. Stiamo parlando del resto. Che si divide in tre categorie. I prodotti cinesi che si vedono. I prodotti cinesi che non si vedono (perché stanno dentro altri prodotti). I prodotti che non sappiamo (e non sapremo mai) essere cinesi. Cominciamo con il nostro albero di Natale. Se l'abete è di plastica è quasi certamente cinese, naturalmente. Ma guardiamo sotto. Quella pila di peluches, pupazzi, videogiochi, Bionicle, Barbie, destinati ai nostri bambini. Si calcola che gli italiani abbiano speso 15 miliardi di euro delle loro tredicesime in regali, il 10 per cento in giocattoli. Di quel miliardo e mezzo di euro, poco meno di un miliardo è stato speso in giochi (ci sia scritto chiaro oppure no) made in China: il 60 per cento del mercato italiano dei giocattoli (a cominciare dai videogames), dice il direttore dell'Assogiocattoli, Carlo Cossalter, è rifornito dalla Cina. In Europa siamo all'80 per cento. I cinesi sono assoluti protagonisti anche nel settore a cui abbiamo dedicato la fetta più grossa della nostra tredicesima: l'abbigliamento. Maglie, magliette, maglioni, camicie, jeans e reggiseni: c'è una possibilità su cinque che l'abitino artisticamente impacchettato sotto l'abete per vostra moglie o vostra figlia venga dalla Cina. Questa è la quota dell'import cinese sull'abbigliamento femminile e anche quella sul settore in generale. Ma la statistica si basa sul valore delle importazioni. Poiché la roba cinese costa meno, in quantità la quota è assai maggiore. Lo vediamo se abbiamo comprato delle scarpe. Su duecento milioni di paia di scarpe vendute in Italia l'anno scorso, quattro quinti venivano dalla Cina: soprattutto calzature in gomma, ma crescono anche quelle in pelle, soprattutto gli stivali. Anche negli articoli sportivi l'invasione cinese è in atto. Sotto l'albero, il 60 per cento di zaini, zainetti e borsoni, metà delle tute da ginnastica, di quelle da sci, guanti compresi, il 65-70 per cento delle giacche a vento viene dalla Cina, anche quelle con le fibre più sofisticate. Un altro decimo della tredicesima è finito in elettrodomestici. L'import dalla Cina copre meno del 7 per cento di questo mercato. C'è poco, infatti, nei grandi elettrodomestici (frigo, lavastoviglie), dove l'egemonia è ancora italiana e l'unica marca cinese che comincia ad avere qualche peso è la Haier. Ma l'avvitatore per papà, l'asciugacapelli per la figlia, lo scaldavivande con alimentazione a cavo Usb, per attaccarlo direttamente al computer, per il nipote all'università, in generale tutti i piccoli elettrodomestici fra i 5 e i 20 euro vengono quasi certamente dalla Cina. E, ormai, anche la nuova tv a schermo piatto che ci siamo voluti regalare per Natale, il lettore dvd o Mp3, il videofonino, lo stereo hanno buone probabilità di essere stati fabbricati in Cina: viene da lì, ufficialmente, il 12 per cento dei prodotti di questo tipo venduti in Italia. E lo stesso vale se, come è molto probabile, sotto l'albero abbiamo messo un nuovo pc. Il 6-7 per cento dell'hardware informatico venduto in Italia è made in China e, a conferma della risalita della catena del valore, non si tratta di accessori come il cavo elettrico o qualche memoria. Sono soprattutto personal computer e non di seconda scelta: il marchio cinese più noto, Lenovo, non è altro che la produzione, fino a qualche anno fa, della storica Ibm. Lenovo, Haier o, ad esempio, nell'abbigliamento sportivo, Quechua sono però solo le avanguardie di quella che sarà, presto, una marea, ma che, al momento è un flusso limitato. Sono ancora pochi, infatti, i marchi cinesi che si dichiarano come tali. Nel grosso dei prodotti che importiamo - a cominciare dagli schermi piatti giapponesi o coreani - il made in China è accuratamente mimetizzato. E, il più delle volte, assolutamente nascosto. Di posate, stoviglie, vestiti, elettrodomestici non sapremo mai che sono stati prodotti in Cina e che il marchio italiano è stato apposto solo sul prodotto finito, almeno finché le regole europee sull'etichettatura non diventeranno più severe. Imprese del settore, grande distribuzione importano e rimarchiano. Non è però affare solo di supermercati e centri commerciali. Il marchio che cancella il made in China è, spesso, il frutto di procedure scorrevoli, semplici ed efficienti. Se c'è qualcun altro che si prende cura operativamente della distribuzione, ci potete riuscire da un sottoscala. Esiste un ventaglio di siti web a cui connettersi. Si sceglie il prodotto (telefonini, fotocamere digitali, bluetooth, ma anche spugnette e spazzolini da denti), esattamente come fareste per comprarne uno per casa vostra su uno dei tanti siti di vendite online al dettaglio. La differenza è che, alla voce quantità, potete scrivere mille o centomila (il prezzo cambia, naturalmente). Uno o più produttori cinesi vi faranno avere quanto richiesto. "Senza marchio, ovviamente" spiega uno di questi siti "a quello ci pensate voi". Il problema è che il cinese "che non si vede" non riguarda solo cellulari e spugnette. Per esempio, l'italianissimo sugo che pensate di preparare stasera per i vostri italianissimi spaghetti è, con ogni probabilità, cinese. E anche la zuppa che vostro figlio mangia a scuola. Importiamo dalla Cina cospicue quantità di aglio e di mele, ma, soprattutto "semilavorati per ortofrutta", legumi secchi e funghi che finiscono nei succhi e nelle minestre del catering, nelle mense di scuole ed uffici. E, in quantità imponente, importiamo pomodori. Quest'anno abbiamo importato 150 mila tonnellate di pomodori, una cifra pari ad un quarto della produzione italiana. Non li mangeremo mai in insalata con olio e sale. Arrivano in fusti da 200 chili, che vengono aperti, lavorati e mischiati insieme ai pomodori nostrani dall'industria delle conserve che, per legge, deve indicare solo dove è stato confezionato il prodotto finito, non da dove viene quello che, a noi consumatori, viene venduto, per dire, come "profumo del Golfo" (di Napoli). Se la denazionalizzazione della pasta al pomodoro vi sembra un sacrilegio, pensate alla mozzarella. Quella la fanno ancora nelle campagne italiane, ma il fermento con cui produrre il caglio che, alla fine, farà la mozzarella, è ormai un monopolio cinese. Del resto, la stessa cosa vale per buona parte degli additivi e dei conservanti alimentari. Non sapevate di mangiare tanta Cina? In realtà, fate un passo anche più importante, ogni volta, o quasi, che vi prendete cura della vostra salute. La compressa di antibiotico, la bustina di antinfiammatorio a cui ricorrete quando state male, è stata prodotta e confezionata in Italia o in qualche altro paese europeo. Ma il principio attivo che contiene, quello che la rende una medicina, insomma, soprattutto se il prodotto è quello che si chiama un medicinale generico, cioè un brevetto scaduto e, quindi, copiabile, quasi certamente viene dalla Cina. Niente di male, in teoria. Solo che, mentre i produttori di principi attivi italiani ed europei devono dimostrare a degli ispettori esterni - spiega il presidente di Aschimfarma, l'associazione di settore, Gian Mario Baccalini - come producono nelle loro fabbriche, in Cina basta l'autocertificazione di un dipendente della ditta. Solo il 15-20 per cento degli additivi usati dall'industria farmaceutica italiana, dice Baccalini, viene dalla Cina. Ma la farmaceutica italiana è debole. Le medicine, soprattutto, le importiamo dagli altri paesi europei. Dove la quota dei principi attivi che vengono dalla Cina è l'80 per cento. [ Fonte: Repubblica ] Beviamoci sù...Thursday, 27 December 2007Alcuni parlamentari non si può proprio dire che non si diano da fare: Ciro Alfano, deputato napoletano dell’Udc, dall’inizio della legislatura ha presentato, come primo firmatario e non, almeno duecento proposte di legge. Un vero stakanovista di Montecitorio. Certo ha alcuni chiodi fissi: per esempio istituire agenzie o commissioni sembra piacergli molto. Ecco alcune delle proposte di legge (monotematiche) che ha presentato: istituzione della Commissione parlamentare per l’anziano e dell’Osservatorio nazionale per l’anziano; istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sulle vittime italiane della repressione comunista sovietica; istituzione dell’Agenzia nazionale della sicurezza dei trasporti; istituzione dell’Agenzia nazionale dei trasporti terrestri; istituzione dell’Agenzia nazionale per il cinema; istituzione dell’Agenzia nazionale per la prevenzione e il contrasto degli abusi sui minori e dell’Organizzazione governativa nazionale per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile. Comunque, gli interessi dell’onorevole Alfano variano dalla tutela delle forze armate fino alla riconoscibilità dei prodotti italiani. Ma il top della curiosità, il deputato Alfano, se l’aggiudica per questo progetto che è stato pure già assegnato alla commissione Giustizia: “Divieto della pratica di salto con l’elastico e di attività similari”
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