
Più risorse per la cultura, meno tasse, meno burocrazia, meno sprechi. In una parola: crederci, visto che il nostro patrimonio storico-artistico è il più importante del mondo. In nome della creatività e della bellezza, sono ormai più di mille gli «addetti ai lavori» che hanno firmato il manifesto-appello di Alain Elkann, lanciato attraverso le fondazioni Mecenate 90 e Rosselli. È un programma di lavoro o forse di governo del sistema-cultura, che ha per destinatario il nuovo Parlamento. È stato scritto a più mani, tanti specialisti diversi per capitoli diversi, da Fuksas e Gregotti per l’architettura a Ferragamo ed altri stilisti per la moda, da Pejrone per i giardini a Soria e Puglisi per i premi letterari.
Hanno inviato i loro punti di vista editori come Elvira Sellerio o produttori come Valsecchi e De Laurentis, bibliotecari come Igino Poggiali, scrittori, giornalisti, fiscalisti, imprenditori, attori, urbanisti. Le due fondazioni hanno unificato e riassunto; ne è venuto fuori il quaderno lanciato da Alain Elkann il 26 marzo scorso, in piena campagna elettorale, col titolo Italia, Paese della cultura e della Bellezza. Al momento della presentazione le firme erano un centinaio. Ora hanno superato il migliaio, e mentre i «Mille» dell’altro ieri si apprestano a una nuova uscita pubblica, è successo che il mondo politico ha mostrato di prendere sul serio l’intera faccenda. In una dichiarazione d’agenzia il futuro presidente del Consiglio ha detto che faceva proprie quelle idee, parte integrante del suo programma. Ieri sul Tempo di Roma Umberto Croppi, lo spin-doctor del nuovo sindaco della capitale, sottolineava l’importanza dell’appello anche come segno di qualcosa che si stava muovendo nel mondo della cultura. Anzi, dice, «sgretolando».
Le benedizioni di Berlusconi e Alemanno non creeranno tuttavia problemi ai numerosi firmatari di sinistra; perché insieme ad esse ci sono stati gli apprezzamenti di Veltroni, l’adesione piena di Casini e quella con qualche distinguo di Bertinotti, prima che la sinistra arcobaleno venisse fatta accomodare fuori dal Palazzo. Come dice Elkann, soddisfattissimo, è un documento pragmatico e non ideologico, multi-partisan. Ora sta scrivendo una lettera a tutti gli eletti della nuova legislatura, perché queste tesi potrebbero essere fatte proprie in maniera trasversale alle camere da un «intergruppo» parlamentare. I Mille vanno avanti. Anche se sanno benissimo che non sarà facile tradurre in disposizioni e finanziamenti questo plebiscito d’interesse. Il documento chiede ad esempio di introdurre finalmente i crediti d’imposta per contributi, donazioni e lasciti in campo culturale. Questo significa «consentire ai singoli cittadini di contribuire alla tutela del patrimonio, riconoscendo loro un vantaggio economico». Ed è un annoso problema fiscale, come quello della riduzione dell’Iva sull’acquisto di opere d’arte nelle gallerie italiane (dal 20 al 10 per cento), come avviene all’estero dove infatti il mercato è perciò stesso più conveniente.
Sembrano piccole cose per piccole élites, sono tutte tessere di un grande mosaico, che va dalle biblioteche ai teatri, dai giardini al design, dai musei al turismo. La proposta «globale» è sì quella di aiutare economicamente il sistema cultura (in fondo siamo fra i Paesi che spendono meno: 0,30 per cento del bilancio dello Stato. La proposta è arrivare almeno allo 0,50), ma soprattutto di rimodellare certe gerarchie di valori, perché ormai «non c‘è più tempo da perdere», come scrive Elkann nella sua introduzione. Su questo sono d’accordo in tanti: da Vittorio Gregotti a Pippo Baudo. Da Raffaella Carrà a Niccolò Ammanniti, da Lucio Dalla a Margherita Hack, per non contare i produttori di vino e i rettori delle Università. E al gran completo il popolo del libro. Uno per tutti Ernesto Ferrero, direttore della Fiera che sta per aprirsi al Lingotto. Ha firmato convinto. «Perché mi sembra il momento di uscire dagli appelli generici e di andare sul concreto, mettendo in campo le competenze specifiche sui progetti concreti. Magari piccoli, ma per una volta, infine, realizzabili»
[La Stampa]
Promozione della cultura italiana come nuova estetica da applicare per migliorare il brand Italia.
La nostra cultura ridotta a mera immagine da poter sfruttare per poter vendere di più, attirare, farsi pubblicità nel mondo, essere competitivi nell' industria dell' arte contemporanea.
Purtroppo è la riduzione di tutto a guadagno, la mercificazione della cultura, lo sfruttamento del nostro passato, come una miniera.
Il nuovo Cavour dsi chiama Lapo Elkann e i mille sono ora firmatari di una proposta che ha fatto presto ad unificare l' Italia delle Elites.
Quale concetto di cultura abbia il novello mecenate trans-nazionale lo abbiamo segnalato aspettando dove voleva andare a parare.
Gli appelli sull' accoglienza al turismo si fanno puntando sui trasporti, carenti, e sull' amministrazione, inefficiente.
A molti sembrerà una proposta concreta, a me sembra un' altro tentativo di spogliare la cultura italiana dei riferimenti al passato riducendoli ad icone per poter meglio proporre un nuovo già vecchio e malato (ma redditizio) che avanza.
Gli appelli alla promozione generica non sevono se sono solo un modo di massificare ancora di più.
Meriterebbe invece di essere incentivato chi può essere di rottura con l' appiattimento, appiattimento prodotto proprio da chi si considera di rottura.