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Fieri della Fiera?Wednesday, 14 May 2008
Queste sono le parole di un ospite della Fiera del libro di Torino: «Vengo da un’antica famiglia di Gerusalemme, che viveva là già nel XIX secolo. Io deploro il fatto che gli ebrei non abbiano potuto creare uno Stato prima dell’Olocausto. Se avessimo avuto uno Stato si sarebbero potuti salvare molti ebrei negli anni ’20 e ’30. Voi non potete capire che cosa è stato l’Olocausto per noi. È un colpo da cui mai, mai ci riprenderemo. Tutti quei milioni di ebrei sono morti per niente, e noi soffriremo fino alla fine dei nostri giorni per questo. Ed è per questo che nel momento in cui io esamino la storia degli ebrei con la lente della catastrofe io mi arrabbio così tanto perché gli ebrei non avevano un loro Stato». Hanno riscosso molto successo ed effettivemente manifestano un pò la volontà di autoghettizzarsi (soluzione prospettata anche dai Governi nazionalisti di allora), che si manifesta ultimamente nella costruzione dei muri. A 60anni dalla nascita di questo Stato portiamo la testimonianza di chi pur essendo ebreo, non condivide e avrà molto meno spazio per questo Dissidenti ebrei alla manifestazione: invitare TORINO (10 maggio) - Quella della Fiera del Libro «non è un'operazione culturale, ma politica»: così Giorgio Forti, professore emerito di Scienza all'Università di Milano e componente dell'associazione "Ebrei contro l'occupazione", ha commentato l'iniziativa di avere Israele come ospite d'onore alla kermesse torinese. Forti oggi ha manifestato assieme a una decina di ebrei dissidenti con lo striscione bianco con la scritta in rosso: "Jews against occupation". «Sono favorevole alla cultura dei libri - ha aggiunto Forti - ma non dovevano invitare alcuni israeliani favorevoli al governo scordandone altri. Soprattutto dovevano invitare anche gli scrittori palestinesi. Ce ne sono tanti e bravi». «Siamo qui perché quello che Israele sta facendo in Palestina offende i palestinesi che sono perseguitati, ma anche gravemente la nostra cultura ebraica, che è tradizionalmente antinazionalista e internazionalista. Invitare Israele nell'anno che festeggia il 60° anniversario del nascita è un'operazione politica, non culturale, perché festeggiare i 60 anni di nascita equivale anche a festeggiare la cacciata di 750mila persone dai loro territori». Una vita da precarioWednesday, 14 May 2008
In questo studio si identificano le nuove cause di ictus, che interessano i giovani, le droghe sintetiche ed eccitanti. Giovani sempre più malati non solo nel fisico, come vediamo ormai con sempre più sgomento. Ora vediamo come uno studio indica addirittura una relazione tra il sistema societario e produttivo imperante e la sessualità dei ragazzi. Un' incertezza diffusa veramente a tutti i livelli, d' altronde il precariato affettivo va di pari passo. Potrebbe essere che questa impotenza sia collegata a gesti apparentemente forti? C'è poco da ridere! ROMA - Non bastavano il contratto a tempo determinato, le difficoltà nel comprare casa e nel mettere su famiglia. I giovani precari sarebbero anche a rischio impotenza: a sostenerlo è Marco Carini, direttore della Clinica urologica di Firenze, che a margine della conferenza per i cento anni della Società italiana di urologia (Siu) ha sottolineato come i fattori di incertezza tipici dei precari possano causare eiaculazione precoce e disfunzione erettile. Il problema dell'eiaculazione precoce, come ricorda l'esperto, colpisce il 25-30% dei giovani, mentre la disfunzione erettile interessa il 35% degli uomini sotto i 35 anni e il 47% di quelli sopra i 36. "Per i più giovani - spiega Carini - la precarietà del lavoro, le difficoltà economiche, l'impossibilità di creare una famiglia sono fonte di ansia e stress, e possono avere serie ripercussioni sulla vita sessuale". Se a queste incertezze si somma poi anche la mancanza di un partner stabile, "allora - continua Carini - allo stress si va ad aggiungere l'ansia da prestazione che si può scatenare con i rapporti occasionali". Dopo la Casta, la DerivaWednesday, 14 May 2008Eccolo che arriva il nuovo best seller della coppia Stella-Rizzo: La Deriva. Perchè l'Italia rischia il naufragio. Non crediamo che il malcontento che potrà generare anche questo libro - qui uno stralcio - potrà salvarci dal naufragio. Anzi, ma siamo sicuri che un naufragio sia poi così nefasto? Dalle infrastrutture agli ordini professionali, dal turismo all’università, cronaca della crisi Dai bidelli agli onorevoli, un’Italia alla deriva Privilegi intoccabili e tagli impossibili C’erano una volta le impiraresse che perdevano gli occhi a infilar perline, le filandine che passavano la vita con le mani nell’acqua bollente e le lavandere che battevano i panni curve sui ruscelli sospirando sul bel molinaro. Ma all’alba del Terzo Millennio, al passo col resto del mondo che produceva ingegneri elettronici e fisici nucleari e scienziati delle fibre ottiche, nacquero finalmente anche in Italia delle nuove figure professionali femminili: le scodellatrici. Cosa fanno? Scodellano. E basta? E basta. Il moderno mestiere, per lo più ancora precario, è nato per riempire un vuoto. Quel vuoto lasciato dalle bidelle che, ai sensi del comma 4 dell’art. 8 della legge 3 maggio 1999, n. 124, assolutamente non possono dare da mangiare ai bambini delle materne. Detta alla romana: «Nun je spetta». C’è scritto nel protocollo d’intesa coi sindacati. Non toccano a loro le seguenti mansioni: a) ricevimento dei pasti; b) predisposizione del refettorio; c) preparazione dei tavoli per i pasti; d) scodellamento e distribuzione dei pasti; e) pulizia e riordino dei tavoli dopo i pasti; f) lavaggio e riordino delle stoviglie. Scopare il pavimento sì, se proprio quel pidocchioso del direttore didattico non ha preso una ditta di pulizie esterna. Ma scodellare no. Ed ecco che le scuole materne e primarie, dove le bidelle (pardon: «collaboratrici scolastiche») sono passate allo Stato, hanno dovuto inventarsi questo nuovo ruolo. Svolto da persone che, pagate a parte e spesso riunite in cooperative, arrivano nelle scuole alle undici, preparano la tavola ai bambini, scoperchiano i contenitori del cibo, mescolano gli spaghetti già cotti con il ragù e scodellano il tutto nei piatti, assistono gli scolaretti, mettono tutto a posto e se ne vanno. Costo del servizio, Iva compresa, quasi un euro e mezzo a piatto. Mille bambini, 1.500 euro. Costo annuale del servizio in un Comune di media grandezza con duemila scolaretti: 300.000 euro. Una botta micidiale ai bilanci, per i Municipi: ci compreresti, per fare un esempio, 300 computer. Sulla Riviera del Brenta, tra Padova e Venezia, hanno provato a offrire dei soldi alle bidelle perché si facessero loro carico della cosa. Ottocento euro in più l’anno? «Ah, no, no me toca...». Mille? «Ah, no, no me toca...». Millecinque? «Ah, no, no me toca...». Ma ve lo immaginate qualcosa di simile in America, in Francia, in Gran Bretagna o in Germania? (...) E sempre lì torniamo: chi, se non la politica, quella buona, può guidare al riscatto un Paese ricco di energie, intelligenze, talenti straordinari, ma in declino? Chi, se non il Parlamento, può cambiare le regole che per un verso ingessano l’economia sul fronte delle scodellatrici e per un altro permettono invece agli avventurieri del capitalismo di rapina di muoversi impunemente con la libertà ribalda dei corsari? (...) Giorgio Napolitano ha ragione: «Coloro che fanno politica concretamente, a qualsiasi schieramento appartengano, devono compiere uno sforzo per comprendere le ragioni della disaffezione, del disincanto verso la politica e per gettare un ponte di comunicazione e di dialogo con le nuove generazioni ». Ma certo questa ricucitura tra il Palazzo e i cittadini, necessaria come l’ossigeno per interrompere la deriva, sarebbe più facile se i partiti avessero tutti insieme cambiato quell’emendamento indecente infilato nell’ultimo decreto «milleproroghe» varato il 23 febbraio 2006 dalla destra berlusconiana, ma apprezzato dalla sinistra. Emendamento in base al quale «in caso di scioglimento anticipato del Senato della Repubblica o della Camera dei Deputati il versamento delle quote annuali dei relativi rimborsi è comunque effettuato». Col risultato che nel 2008, 2009 e 2010 i soldi del finanziamento pubblico ai partiti per la legislatura defunta si sommeranno ai soldi del finanziamento pubblico del 2008, 2009 e 2010 previsto per la legislatura entrante. Così che l’Udeur di Clemente Mastella incasserà complessivamente 2 milioni e 699.701 euro anche se non si è neppure ripresentata alle elezioni. E con l’Udeur continueranno a batter cassa, come se fossero ancora in Parlamento, Rifondazione comunista (20 milioni e 731.171 euro), i Comunisti italiani (3 milioni e 565.470), i Verdi (3 milioni e 164.920). (...) E sarebbe più facile se i 300 milioni di euro incassati nel 2008 dai partiti sulla base della legge indecorosa che distribuisce ogni anno 50 milioni di rimborsi elettorali per le Regionali (anche quando non ci sono), più 50 per le Europee (anche quando non ci sono), più 50 per le Politiche alla Camera (anche quando non ci sono: quest’anno doppia razione) e più 50 per le Politiche al Senato (doppia razione) non fossero un’enormità in confronto ai contributi dati ai partiti negli altri Paesi occidentali. (...) Certo che ha ragione Napolitano, a mettere in guardia dai rischi dell’antipolitica. Ma cosa dicono i numeri? Che la legge attuale, che nessuno ha voluto cambiare, spinge i partiti a spendere sempre di più, di più, di più. Per la campagna elettorale del ’96 An investì un milione di euro e fu rimborsata con 4, in quella del 2006 ne investì 8 e ne ricevette 64. E così tutti gli altri, dai diessini ai forzisti. Con qualche caso limite come quello di Rifondazione: 2 milioni di spese dichiarate, 34 incassati. Rimborsi per il 2008? C’è da toccar ferro. (...) «Un fantastilione di triliardi di sonanti dollaroni». Ecco a parole cos’hanno tagliato, se vogliamo usare l’unità di misura di Paperon de’ Paperoni, dei costi della politica. A parole, però. Solo a parole. Nella realtà è andata infatti molto diversamente. E si sono regolati come un anziano giornalista grafomane che stava anni fa al Corriere della Sera e scriveva ogni pezzo come dovesse comporre un tomo del mitico Marin Sanudo, il cronista veneziano che tra i 58 sterminati volumi dei Diarii e i 3 delle Vite dei Dogi e il De origine e tutto il resto, riuscì a riempire l’equivalente attuale di circa 150.000 pagine. Quando il vecchio barone telefonava in direzione per sapere della sua articolessa, il caporedattore sudava freddo: «Tutto bene il mio editoriale, caro?». «Scusi, maestro, dovrebbe tagliare 87 righe». «Togliete gli asterischi». Questo hanno fatto, dal Quirinale alle circoscrizioni, nel divampare delle polemiche sulle spese eccessive dei nostri palazzi, palazzetti e palazzine del potere: hanno tolto gli asterischi. Sperando bastasse spargere dello zucchero a velo per guadagnare un po’ di tempo. Per tener duro finché l’ondata d’indignazione si fosse placata. Per toccare il meno possibile un sistema ormai così impastato di interessi trasversali alla destra e alla sinistra da essere diventato un blocco di granito. (...) Almeno una porcheria, i cittadini italiani si aspettavano che fosse spazzata via. Almeno quella. E cioè l’abissale differenza di trattamento riservata a chi regala soldi a un partito piuttosto che a un’organizzazione benefica senza fini di lucro. È mai possibile che una regalia al Popolo della Libertà o al Partito democratico, a Enrico Boselli o a Francesco Storace abbia diritto a sconti fiscali fino a 51 volte (cinquantuno!) più alti di una donazione ai bambini leucemici o alle vittime delle carestie africane? Bene: quella leggina infame, che avrebbe dovuto indignare Romano Prodi e Silvio Berlusconi e avrebbe potuto essere cambiata con un tratto di penna, è ancora là. A dispetto delle denunce, dell’indignazione popolare, delle promesse e perfino di una proposta di legge, firmata a destra da Gianni Alemanno e a sinistra da Antonio Di Pietro. Proposta depositata in un cassetto della Camera e lasciata lì ad ammuffire. Ma se non ora, quando? Sergio Rizzo Gian Antonio Stella
Scritto da MThule
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Last modified on 13-05-2008 12:54
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