
TEL AVIV - Israele vuole fare il suo ingresso, per ragioni di sicurezza nazionale, nella sofisticata rete satellitare statunitense capace di rilevare in tempo reale lanci di missili in qualsiasi punto del pianeta. Lo ha chiesto il primo ministro Ehud Olmert al presidente americano, George W. Bush, durante la sua visita in Israele conclusasi oggi. Bush, secondo la radio militare israeliana, si è riservato una risposta che potrebbe essere resa nota al premier Ehud Olmert fra due settimane, quando si recherà in visita a Washington.
Ma dal tono del discorso pronunciato ieri alla Knesset (parlamento) dal presidente degli Stati Uniti - più persuaso che mai che occorra impedire che 'Masada cada di nuovo', ossia che Israele sia cancellato dalla carta geografica come viene minacciato dall'Iran - sembra probabile che la risposta della Amministrazione sarà positiva. Resta tuttavia da conoscere se Washington chiederà una contropartita: se ritenga opportuno limitare la libertà di manovra israeliana; se intenda impedire determinate vendite all'estero di tecnologie militari israeliane; o se desideri ricevere a sua volta informazioni raccolte dai satelliti spia dello stato ebraico. Il sistema statunitense in questione si chiama 'Defense support program' (Dsp) e si basa su cinque satelliti ad altissima quota (tre continuamente operativi, due di riserva) ciascuno dei quali è capace di seguire eventi su metà dal globo terrestre: in particolare lanci di missili ed esplosioni.
Le informazioni vengono inoltrate a terra in tempo reale e subito rilanciate al Pentagono. Israele si trovò esposto per un mese al lancio di missili iracheni nel 1991. Il tragitto richiedeva sette minuti. Una versione precedente del Dsp rilanciava allora le informazioni dagli Stati Uniti alla Germania da dove, per telefono, i comandi israeliani venivano informati di ciascun lancio, della traiettoria e del probabile obiettivo. I satelliti oggi in possesso di Israele completano un'orbita attorno alla terra in 90 minuti, mentre il Dsp garantisce un controllo permanente e generale della situazione. La integrazione di Israele nel sistema renderebbe dunque più efficiente la intercettazione dei missili nemici e migliorerebbe la difesa delle retrovie. A Gerusalemme è notevole la soddisfazione per i colloqui avuti con Bush.
"E' stata una visita importante" ha concluso l'ambasciatore di Israele negli Stati Uniti Sallai Meridor. "Le conversazioni strategiche sono state molto approfondite, in particolare quelle sulla questione iraniana". Fonti politiche anonime, citate dalla stampa, hanno aggiunto che in merito gli Stati Uniti ritengono che sarà necessaria una "cura radicale".
[Ansa]
Eccoci sul piede di guerra, quindi, grande capo Bush vuole tentare l' ulima carta prima di sparire dalla storia travolto dalle elezioni.
Parliamo della sua visita in Israele innanzitutto; citare Masada significa sfrugugliare nei meandri più fanatici del sonismo, ritornare alla caduta della fortezza per mano dei Romani, nel 74 d.c dopo la caduta di Gerusalemme e del suo Tempio.
Prospetta scenari apocalittici in caso di dimissioni sul fronte di guerra iracheno, ma anche israeliano, in un tono che sa più di minaccia per chi conosce le reali forze in campo (e questo scudo satellitare aumenta le possibilità), la minaccia finale all' Iran completa il quadro e sembra già avallata in partenza da chi parla di impedire che l' Iran diventi potenza nucleare (citazione vaga visto che anche la Francia lo è per i suoi bisogin energetici), in un tentativo squallido di entrare tra i grandi.
Ma sembra già più di una minaccia:
Gerusalemme, 16 mag. (Adnkronos) - Fonti di Gerusalemme ritengono che gli Stati Uniti potrebbero condurre un'operazione contro il regime del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad entro quest'anno, ha riferito la radio dell'esercito israeliano.
Il sogno evanescente di pace è già svanito, per parteciparvi le fazioni moderate hanno perso credibilità, innescato una guerra civile che ha portato ad un offensiva senza precedenti contro una regione rasa al suolo nel vero senso della parola, di cui ormai è superfluo contare le perdite materiali, di vite, la scarsità di mezzi di sostentamento.
E si riesce pure a citare Israele modello di democrazia; non è bastato quanto è accaduto in Libano, e quello che sta accadendo ora, sembra veramente tutto pianificato, o più semplicemente si sfuttano le tensioni covate all' interno del paese per finire il lavoro portato avanti due anni fa; evidentemente ruotano lì interessi che vanno oltre quelli di semplice politica interna, e un oligarchia sempre più miope, anche lì li favorisce.
L' unico spiraglio per evitare un ulteriore escalation, di cui probabilmente pagheremo anche noi le conseguenze, sono i pantani che già deve affrontare l' America in Iraq e Afghanistan e un costo in continuo aumento di cui prima o poi dovranno rendere conto.