
Non c'è dubbio: la spiritualità, la religione, la dimensione del sacro, sono temi che sono ritornati prepotentemente al centro del dibattito culturale e mediatico per ragioni direttamente politiche e ideologiche, e come segno eloquente della crescente inquietudine e insicurezza che si fa strada a livello di esistenza individuale e collettiva nella nostra civiltà occidentale contemporanea. A questo proposito la confusione è notevole, e le ansie e le paure sembrano prevalere sulla riflessione critica e sulla progettazione dei nuovi orizzonti per il futuro prossimo. I grandi interrogativi sul senso della vita e della morte, sui valori mondani e su quelli trascendenti, addirittura sul destino stesso dell'umanità si mischiano in modo problematico e paradossale con le analisi e le previsioni che riguardano gli spettacolari cambiamenti dell'economia, le crisi finanziarie e i disastri ambientali e umanitari. Questo è il clima generale che coinvolge un po' tutti , apocalittici e integrati, a destra e a sinistra.
Tutto ciò è ben presente anche nel mondo dell'arte contemporanea, anche se i discorsi sul mercato e sulle quotazioni sembrano ancora essere quelli dominanti. Di protagonisti dello star system artistico come Damien Hirst (che si occupa dell'ossessione della morte e della simbologia del sacro), Maurizio Cattelan (interessato anche al rapporto fra potere e trascendenza) o Bill Viola (che cerca di cogliere l'essenza profonda della spiritualità) si sa tutto sui record d'asta, ma in generale ben poco sui contenuti dei loro lavori. Tutti e tre questi artisti li troviamo nella complessa e affascinante mostra che il Centre Pompidou ha dedicato alle «Tracce del sacro» nell'arte moderna e contemporanea. Sono presenze emblematiche che dimostrano l'estrema attualità del tema.
In questo senso la mostra è sicuramente sulla lunghezza d'onda delle più interessanti ricerche di punta, ma la sua concezione e la sua articolazione espositiva riprendono, rilanciano e approfondiscono questioni e problemi critici fondamentali della storia dell'arte dal romanticismo ottocentesco a oggi, che sono stati già affrontati anche abbastanza di recente in altre mostre internazionali e da altri critici (come per esempio Szeemann).
E' proprio attraverso un confronto fra opere del passato e recenti che viene innescata, in ogni sezione, una visione dialettica aggiornata a questo proposito. L'esposizione si sviluppa in ventiquattro sezioni tematiche in cui sono messe in scena circa trecentocinquanta opere (dipinti, sculture, foto, video e installazioni) di artisti che vanno da Goya e Caspar Friedrich a molti fra i grandi protagonisti della avanguardie storiche (Kandinsky, Mondrian, de Chirico…), da Rothko e Barnett Newman a Bacon, da Warhol e Nauman agli artisti d'oggi.
Come spiegano i curatori Jean De Loisy e Angela Lampe, la tesi di fondo è che tutta l'arte moderna porta le tracce del sacro, di un sacro originario, una tensione spirituale tanto più forte proprio perché gli artisti non sono più al servizio di nessuna chiesa, dopo la nietzschiana «morte di Dio», la nascita della psicoanalisi, le scoperte della scienza, le evoluzioni e rivoluzioni politiche laiche liberali, utopistiche e marxiste che cambiato radicalmente cambiato il rapporto dell'uomo e della società con le istanze trascendenti.
Max Weber ha parlato del «disincanto del mondo»; Malraux ha scritto che «il Valore si è frammentato in valori, e quello che sta scomparendo dal mondo occidentale è l'assoluto». Ma non la tensione all'assoluto, o come in modo straordinario ci ha mostrato nei suoi quadri metafisici Giorgio de Chirico La nostalgia dell'infinito. E non a caso il suo quadro del 1913 così intitolato è una delle opere che aprono la mostra, insieme a una tragica incisione di Goya (un morto che tiene in mano la scritta Nada), una romantica chiesa in rovina nella natura di Friedrich, un ritratto di Nietzsche dipinto da Munch, e tra i lavori contemporanei un ovale di Fontana (La fine di Dio) e una scritta fatta col neon di Bruce Nauman (del 1967) che recita con apparentemente fredda ironia: «Il vero artista aiuta il mondo a rivelare le verità mistiche"».
Questo lavoro a forma di spirale è stata intelligentemente utilizzata come insegna metaforica di tutta la mostra che infatti termina con un'altra spirale di neon analoga senza più scritta, una parodia concettuale del giovane Jonathan Monk intitolata Sentence removed. Tra questi due segnali provocatori si snoda il labirintico percorso espositivo. Citiamo qui solo alcune delle sezioni con qualche nome per dar conto della notevole ricchezza e densità di qualità artistica: «I grandi iniziati» (Rudof Steiner, Aleister Crowley, De Dominicis); «L'assoluto»(Mondrian, Malevic, Brancusi); «Homo novus» (Boccioni, Klee); «Cosmogonie» (Hilma Af Klint, Itten, Polke, Kapoor); «Eros e Thanatos »(Dalì, Ernst, Serrano); «Arte sacra» (Denis, Matisse, Beuys); «Apocalisse I» (Dix, Lembruck); «Apocalisse II» (il film su Faust di Murnau, l'Hitler di Cattelan); «Sacrifici» (Nitsch, Abramovic);«Risonanze dell'arcaico» (Pollock, Beuys).
[La Stampa]
Se il desiderio dell' arte moderna è stato sempre quello di affrancarsi dal trascendente, dal sacro, prediligendo le sensazioni individuali, ora si assiste al capovolgimento (o completamento) di quelle istanze.
Si arriva ad assolutizzare queste, facendone percorsi metafisici e spirituali, ed ecco, tramite la mostra, siamo portati verso paradossi inconciliabili che forzano la mano degli artisti (con accostamenti azzardati, vedi Casper Friedrich) che si dichiarano elementi di rottura, ma cavalcano comodamente le mode e le tendenze del momento.