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Generazione ?Monday, 2 June 2008
ROMA (31 maggio) - Notti chimiche, notti bianche e blu in cui mescolano cocaina e Viagra. Anche a diciotto anni appena compiuti, a volte anche a quindici, sedici. Sull’Ostiense o a Trastevere, a Testaccio o sulla strada verso il mare. Il botéllon, il pieno di alcol alla spagnola, nei parcheggi delle discoteche, può essere solo un appetitizer, un antipasto. La notte è lunga. «Ce ne siamo accorti da almeno un anno, con più frequenza da sei mesi... Vai a soccorrere il ragazzo di sedici anni che verso le quattro resta a terra immobile. Parli con i suoi amici e alla fine scopri che ha preso la cocaina e il Viagra. Alcol e Viagra. Extasy e Viagra. A sedici anni, a vent’anni, perfino a quattordici, nei casi più rari. Non ti aspetti che un ragazzetto abbia bisogno della pasticca blu per eccitarsi, pensi che il Viagra non serva ai giovanissimi. Ma il problema vero è che questi ragazzi stanno diventando dei piccoli chimici. Non è che si drogano semplicemente, come si faceva una volta (e già questo era pericoloso). Si preparano una combinazione di sostanze: quella A deve compensare la B, la sostanza C deve andare limitare D. Se li senti parlare lo dicono loro stessi: non parlano più di coca, di extasy, di Mdma, di droga. Parlano di sostanze». Venerdì sera, la quiete prima della tempesta. Livio De Angelis, 40 anni, è il direttore unità operativa Roma centro del 118. Mese dopo mese, ha imparato a decriptare quanto avviene nelle tribù dopate della vita notturna romana. Sempre più piccoli, sempre più sballati. La routine della droga è sempre la stessa, paghi il casello una volta e ti ci trovi immerso, puoi anche uscire e rientrare e troverai tutto uguale, le stesse faccie, le stesse abitudini, le solite giustificazioni alla propria mancanza di volontà. Alla fine quello sballo diventa normale; e allora, fenomeno curioso, si pensa di poter guardare dall' alto in basso chi fa più di te, esperienze passate, ma che bussano, ed in cui ti puoi ritrovare in un attimo. Si prova anche un etica personale nel proprio consumo, che spesso dipende dalle possibilità di una persona. Ecco allora che ci si improvvisa farmacisti giocando letteralmente con la propria salute, utilizzando il proprio corpo come una macchina che produce piacere. Non sono esperienze, ma uno stile di vita che vuole sfuggire artificialmente alla noia, si solleticano in maniera artificiale istinti sopiti di un mondo di plastica. In fondo sono, siamo soli, aboliti i genitori, ma anche il ruolo di padri, non essendo più credibile chi ti critica e ti propone altro; si può sperare solamente in un' illuminazione individuale, una presa di coscienza che ti porta ad uscire fuori dagli schemi, dalla gabbia, dal giro che ti sei creato. Sarebbe bello per chi ha abdicato al proprio ruolo; tutto ricadrebbe su chi non trova più la forza per riemergere. La società vi ha dato la libertà, cavatevela un pò voi... I modelli disordinati ed edonistico/egoistici imperano sulle coscienze, perchè il riscatto dovrebbe venire proprio dal basso? La carica di rabbia che porta ogni gioventù per la prima volta nella storia viene sfogata su sè stessi, non essendoci più la generazione matura con cui confrontarsi, simulare un conflitto, magari per superarla, abolita con l' ultima rivoluzione dei costumi (di cui siamo ahimè ancora grati) del '68, rimane solamente l' autodistruzione.
La sorgente della vita e della morteMonday, 2 June 2008
C'è solo una risorsa più preziosa del petrolio. Dopo i bombardamenti per il greggio e le rivolte per il riso e il frumento, le prossime guerre rischiano di scoppiare per l'acqua: in un mondo sempre più caldo, inquinato, affamato e sovrappopolato, il controllo delle risorse idriche diventa una priorità economica con un valore strategico. E se fino a ieri le grandi dighe che alterano la distribuzione naturale delle acque erano viste da politici e tecnici come rimedi alla scarsità di terreni irrigabili e come fonte di energia pulita, oggi i maxi-impianti idroelettrici cominciano, al contrario, a essere discussi e contestati come cause di disastri ambientali, carestie, malattie e scontri armati, soprattutto nelle aree più povere e assetate. Il caso più recente e clamoroso riguarda la Cina, ma l'onda delle critiche è globale: scienziati autorevoli e associazioni umanitarie stanno attaccando opere e progetti, sia per i modi di realizzazione che per gli interessi sottostanti, dall'India al Brasile, dall'Africa nera al Medioriente. Con oltre 22 mila grandi dighe già costruite, la Cina possiede circa metà del totale degli impianti mondiali e ha forti interessi nei più grossi programmi in cantiere in zone a rischio come il Sudan (diga di Merowe, 50 mila abitanti da sfollare dall'Alto Nilo verso aree ora desertiche) o il Pakistan (maxi-progetto di Diamer-Basha, 8 miliardi di dollari cercati dall'ex presidente Musharraf a Pechino). La settimana scorsa il ministro cinese per le Risorse idriche, Chen Lei, ha ammesso che il disastroso terremoto nel Sichuan ha "danneggiato almeno 391 dighe" e aperto "crepe estremamente pericolose" anche nella muraglia di 156 metri che contiene il bacino artificiale di Zipingku, che "per fortuna" era a metà della sua capacità massima di 1,1 miliardi di metri cubi.
Ma il pericolo maggiore, secondo la prestigiosa rivista scientifica, è che l'interferenza del bacino su due enormi faglie possa provocare "gravi terremoti". Un ingegnere dell'Accademia cinese delle Scienze ha scritto sul sito ufficiale dell'azienda statale delle Tre Gole che, da quando il bacino è salito al secondo livello (settembre 2006), "nell'area sono state registrate 822 scosse in sette mesi". All'effetto dei bacini artificiali cinesi sarebbero legati "almeno 19 dei terremoti degli ultimi 50 anni". Tra i precedenti esteri c'è "l'anomala serie di sismi" registrati in California dopo il riempimento del maxi-invaso di Oroville, in un'area quasi disabitata della Sierra Nevada. E soprattutto il terremoto che nel 1967 provocò 200 morti in India: secondo gli scienziati americani dello US Geological Survey, il sisma fu causato dal peso del bacino creato dalla diga di Koyna, costruita nel 1963 in una zona a sud di Mumbai che non era considerata sismica. Le autorità cinesi, che in passato avevano sempre zittito le critiche "per motivi di sicurezza nazionale", nel 2007 hanno per la prima volta ammesso che la diga delle Tre Gole ha prodotto "pericoli nascosti", senza però specificare quali. In Guatemala sono stati gli squadroni della morte a trasferire a forza circa 75 mila discendenti dei maya-achì per far spazio al grande muro sul Rio Chixoy. La diga, costruita nel 1982, servì alla dittatura militare per deportare intere comunità di oppositori e bollare come guerriglieri gli indigenti contrari. Dieci anni dopo, l'intera regione era deforestata, il Guatemala continuava a spendere 150 milioni di dollari l'anno per importare elettricità, il 30 per cento degli abitanti era ancora senza luce e quasi metà del debito nazionale era dovuto ai costi della diga. Nel 1999 la Commissione per il chiarimento storico, creata dopo gli accordi di pace del 1996, ha classificato come genocidio il massacro di almeno 400 uomini, donne e bambini di Rio Negro, trucidati dall'esercito mentre i sopravvissuti venivano deportati. In India una lunga e pacifica protesta, con scioperi collettivi della fame, ha rallentato il colossale piano per la costruzione di 3.200 dighe nella valle del Narmada, grande come la Svizzera. La storica audizione al Congresso Usa di Medha Patkar, una ricercatrice diventata l'icona di quella lotta non violenta, spinse la Banca mondiale a nominare una commissione d'inchiesta che nel 1993 condannò il progetto più grande (diga di Sardar Sadovar) come "gross delinquency", portando per la prima volta i banchieri di Washington a ritirare prestiti già stanziati. II malaffare dei governi e l'esplosione dei costi hanno però segnato molti altri impianti. La diga di Yaciretà, che imbriglia il fiume Paranà tra Argentina e Paraguay, è stata definita "un monumento alla corruzione" dall'ex presidente Carlos Menem, che di favori ai privati se ne intendeva. Subissata dalle critiche, nel 2000 la Banca mondiale ha varato una Commissione mondiale sulle dighe: il rapporto finale, presentato da Nelson Mandela, certifica che i maxi-impianti esistenti hanno raggiunto "meno del 50 per cento degli obiettivi promessi di irrigazione e meno del 75 per cento di elettricità", ma sono "costati il 56 per cento in più del dovuto", hanno provocato incalcolabili danni ambientali ("Inquinamento, distruzione della foreste, estinzione della fauna ittica") e negato gran parte delle "compensazioni economiche promesse agli evacuati". Da allora Stati come la Svizzera e la Germania condizionano gli aiuti a rigorose verifiche sul "consenso informato delle popolazioni". Sotto le presidenze Wolfowitz e Zoellick, però, i banchieri di Washington hanno finanziato due nuovi cantieri africani, sdoganando il ritorno al business dell'acqua. Il progetto di Gran Inga, alle sorgenti del fiume Congo, dove già funzionano due grossi impianti, punta a togliere alla Cina il primato della diga più grande del mondo. Il costo finale rischia di superare gli 80 miliardi di dollari, con un debito insostenibile per la Repubblica del Congo, dilaniata da anni di guerra civile. Già avviata dall'anno scorso, con 360 milioni prestati dalla Banca mondiale, è la costruzione della diga di Bujagali, in Uganda. Un progetto contestato, dopo che la ong europea Cee-Bankwatch ha collegato agli invasi già in funzione sul Nilo Bianco la riduzione del lago Vittoria, la cassaforte d'acqua di mezza Africa. [Espresso] Insomma nuove e numerose dighe rischiano di provocare crolli sotto la superficie a causa del peso del bacino d' acqua accumulato; e forse questa è una causa degli smottamenti in Cina. Ma i conflitti spesso si fanno per acquisire le risorse idriche, probabilmente quello libanese mirava al controllo completo del fiume Litani a Sud del Libano, da parte di Israele che già controlla il fiume Giordano. Conclusione: Di acqua si muore
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