Tuesday, 3 June 2008

La trovata è vecchia come il cucco. Basta prendere un crocifisso, inventarsi una variazione sul tema della morte di Cristo e si può star certi che la polemica è assicurata. La storia dell’arte è piena di esempi del genere. Ultimi, in ordine di tempo, due nuovi feticci. Il primo è firmato dall’artista Maurizio Cattelan ed è un’opera formata da una donna crocifissa con la schiena rivolta verso il pubblico, all’interno di una cassa di legno attaccata alla parete esterna di una ex sinagoga - oggi la chiesa cattolica di Sankt Martin - a circa quattro metri di altezza dal suolo. La controversa installazione è realizzata nell’ambito di una serie di mostre (dal titolo “Progetti della Sinagoga di Stommeln”) nella regione tedesca del Nord Reno-Westfalia e inaugurata ieri nella cittadina di Pulheim. E rappresenta la lotta della religione e della storia contro il potere della morte. L’allusione alla morte, al sacrificio e al paragone con Cristo nell’opera di Cattelan non è per niente velata. La donna, che indossa una camicia larga e una gonna bianche, appare crocifissa su un lenzuolo bianco, come se fosse sul letto di morte. Le sue braccia sono rivolte verso l’alto, dai palmi delle mani rivolti verso l’esterno spuntano due grossi chiodi e la testa, inclinata, poggia su una spalla. Alle inevitabili reazioni stizzite di molti cattolici ha fatto eco la risposta del portavoce di Cattelan: “L’etica è una questione della letteratura e della cultura, non della realtà”, ha detto all’agenzia di stampa tedesca Dpa. “Alla fine, non viviamo affatto in un mondo buono”, ha aggiunto. Crocifissioni e polemiche intanto infuriano anche a Bolzano, dove ad essere stata inchodata è una rana. L’opera è esposta nel nuovissimo Museion d’arte moderna e ha già fatto parlare di “scandalo” il settimanale in lingua tedesca bolzanino Zett. Mentre domenica 1 giugno, gli Schuetzen altoatesini hanno organizzato una marcia di protesta a Bolzano, in occasione della festività del Sacro Cuore (nel corso della quale in Alto Adige si celebra il patto siglato dai tirolesi con Gesù per ottenere, nel nome di Dio e della patria, l’affrancamento dall’avanzata degli occupanti illuministi franco - bavaresi). In questa ricorrenza sulle montagne vengono accesi, a simbolo, dei fuochi ed è proprio in una di queste notti che, negli anni Sessanta, agirono i primi irredentisti altoatesini. La rana crocifissa è stata contestata perché considerata da alcuni un’offesa alla religione. A richiedere la rimozione dell’opera d’arte, tra gli altri era stato anche il governatore Svp, Luis Durnwalder, così come il vescovo, Wilhelm Egger, aveva usato toni critici. Alta un metro, raffigura una verde rana crocifissa con in una zampa un boccale di birra e nell’altra un uovo. Ma qui non sembra esserci nessun intento dissacratorio nei confronti della religione. Almeno, stando alla verisone dei curatori di Museion. “L’autore, lo scomparso tedesco Martin Kippenberger, raffigurava se stesso in un momento di profonda crisi”, hanno spiegato [Panorama]
Un' artista di rottura, o di continuità con l' impero del relativo, dove tutto è sfilacciato fino a coprire la più ampia superficie possibile? L' arte dissacratoria si traduce nel suo rovescio diventando sacralizzata, e le sensazioni di malessere che evocano e il disturbo provocatorio, azione purificatrice. Alla fine tutto si risolve nel suo contrario. Ma è da notare la predilezione di questi artisti per i manichini; da strumento pubblicitario e consumistico hanno per estensione finito per rappresentare l' umanità nel suo complesso, si cerca di caricare di significato ciò che paradossalmente meglio rappresenta il vuoto ella società moderna. Approfondimenti
Tuesday, 3 June 2008

NEW YORK Il gruppo internazionale di attivisti dei diritti umani «Reprieve» (dal termine inglese che indica la sospensione della pena capitale) ieri ha accusato gli Stati Uniti di aver usato navi militari come «prigioni galleggianti» allo scopo di celare il nome e la sorte di migliaia di sospetti terroristi e nemici nella guerra al terrore lanciata da Bush dopo l’11 settembre. Secondo i legali dell’organizzazione il Pentagono ha cercato e cerca, con questa tattica, di impedire ai detenuti di godere dei loro diritti umani, e anche di avere mano libera nell’esercitare la cosiddetta tecnica della «rendition», che consiste nella cattura, detenzione e deportazione di prigionieri, anche in Paesi terzi. Bush, nel 2006, aveva dichiarato che la pratica della «rendition» era stata sospesa, ma la relazione preannunciata da «Reprieve» sostiene ora che ci sarebbero stati altri 200 casi.
Un rapporto completo sulle operazioni che avrebbero trasformato 17 navi della marina Usa in altrettante Guantanamo è stato annunciato entro la fine dell’anno, ma le anticipazioni pubblicate dal quotidiano inglese Guardian riaprono un contenzioso vecchio di anni sulle politiche usate dall’amministrazione Bush per combattere la guerra al terrore. In precedenza c’erano già state testimonianze di ex prigionieri, ammissioni da parte degli Usa (per esempio l’idea di detenere Saddam in mare aperto per motivi di sicurezza), e anche ordini del giorno del Consiglio d’Europa. La Ue aveva anche portato alla luce le prigioni speciali della Cia in Paesi dell’Est Europa, mai però documentate. Ora è la volta delle navi. In alcuni casi avrebbero fatto tappa nella base militare britannica di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.
Il loro uso è iniziato dopo il settembre del 2001, quando l’operazione per deporre i taleban pro Osama in Afghanistan portò alla cattura di migliaia di militanti islamici, con il trasferimento via mare alla base di Guantanamo. Durante i viaggi ci sarebbero stati interrogatori, tenuti all’oscuro da tutti e tutto, a cura degli investigatori del Pentagono, ovviamente senza gli avvocati dei detenuti. Tra i casi già noti c’è quello del taleban americano John Walker Lindh, che fu trattenuto sulla Uss Pelelium negli ultimi mesi del 2001 prima di essere trasferito su un’altra nave, la Uss Bataan fino al gennaio 2002. Secondo «Reprieve» anche un membro di Al Qaeda di alto livello, Ibn Al Libi, fu detenuto sulla Uss Bataan nell’Oceano Indiano, e dalla sua testimonianza furono raccolti indizi sul legame Al Qaeda-Iraq che concorsero a convincere Bush alla guerra.
Legati alle navi come luoghi fisici di prigionia, nei sospetti attuali di «Reprieve» ci sono i circa 100 individui che sarebbero spariti in prigioni di Kenya, Somalia, Etiopia, Gibuti e Guantanamo. Potrebbero essere sulle navi per interrogatori fuori legge, o in trasferimento verso galere di Paesi interessati ad avere questi soggetti. Il direttore legale di «Reprieve», Clive Stafford Smith, ha spiegato la strategia del gruppo: gli Usa «scelgono le navi per tentare di tenere i loro comportamenti illegali il più lontano possibile dagli occhi della stampa e degli avvocati. Noi ridaremo a questi prigionieri fantasma i loro diritti legali. Il governo Usa deve mostrare il suo impegno verso i diritti umani rivelando immediatamente chi sono queste persone, dove sono e che cosa è stato fatto loro». La posizione Usa è stata espressa da un portavoce della marina, Jeffrey Gordon, che ha detto al Guardian: «Non ci sono prigioni sulle navi Usa», ed è già stato chiarito che certi individui sono stati trattenuti «per pochi giorni» all’inizio della detenzione. «In qualche caso ci sono stati trasferimenti in nave, ma non intese come luoghi di lunga detenzione», ha precisato.
Gli americani, già accusati di torture in proprio, lo sono pure se consegnano i prigionieri ai governi che li reclamano. Ma illuminante è la «frase del giorno» scelta oggi dal New York Times, a proposito del trasferimento dei detenuti a Baghdad dalle prigioni sotto il controllo Usa a quelle irachene: «Gli americani sono meglio delle prigioni del ministro dell’Interno. Lì ti torturano. Magari ti ammazzano. Gli americani, se finisci ad Abu Ghraib, fanno solo la guerra psicologica contro di te». Parola di Mahmoud Abu Dumour, ex detenuto, sulle migliaia che stanno per essere consegnati dagli Usa alle carceri del governo iracheno. [La Stampa]
Bella battaglia navale, nel gioco dello scontro di civiltà, non si risparmiano i mezzi navali. Il terreno di gioco vista l' influenza americana è diffuso su tutto il pianeta.
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