
Con inattesa serenità, l’arcivescovo caldeo di Kirkuk mons. Louis Sako descrive la difficile situazione irachena senza mai far mancare un lampo di speranza unita a realismo.
Com’è la situazione in Iraq?
- Al nord è molto buona, al sud abbastanza tranquilla, a Baghdad e Mosul sta migliorando. Ci vuole tempo e pazienza, ma la gente ha poca fiducia.
Lei è ottimista?
- Sono realista. Ci sono buoni segnali, ma non ci sono svolte. E i piani futuri non sono chiari. Kirkuk è una città contesa e ricca di petrolio.
Come è lì la situazione?
- Grazie a Dio non ci sono scontri, anzi c’è dialogo. La gente di qui è istruita, sa cosa l’aspetta. Curdi, arabi, turkmeni, persino i cristiani hanno rivendicazioni su Kirkuk, non so quale sarà la soluzione né se ci sarà il referendum. Ma ho fiducia che non ci sarà una grave degenerazione: qui sanno che con la violenza perdono tutti. I terroristi sono pochi e vengono da fuori per creare problemi.
Com’è la condizione dei cristiani in Iraq?
- Preoccupante. Tanti hanno lasciato. Ci sono tanti problemi, rapimenti sia per chiedere alti riscatti che per intimidazione, ci sono stati numerosi assassinii, l’ambiente è di paura. Per noi è una tragedia, più vanno via e più siamo esposti noi che restiamo, diventiamo prede sempre più facili. Ed è una grande perdita per tutto il mondo, siamo antiche comunità irachene e mediorientali, non stranieri. Se continua così non ci saranno più cristiani né in Iraq né in Medio Oriente.
I cristiani sono oggetto di una specifica persecuzione?
- Non si può generalizzare. Prima di tutto siamo vittime dell’insicurezza diffusa: ci sono criminali in cerca di soldi, ci sono guerriglieri che non sanmi”, presente dall’inizio nei governi islamici. Oggi però questo in Iraq non viene dalle istituzioni. E infatti ci sono vessazioni anche tra sunniti e sciiti.
Ma i cristiani sono gli unici a non avere una milizia.
- Sì, siamo sempre per la pace, abbiamo vissuto per secoli con gli altri. Ci vuole l’esercino da che parte stanno i cristiani e attaccano chiunque non sia con loro. Ma sì, siamo anche bersaglio di gruppi di fanatici religiosi. Secondo un’interpretazione rigorista islamica, i non musulmani devono sottomettersi accettando di avere meno diritti e di pagare una tassa (jizia): è l’istituto che regola i “dhimto, la polizia, non la violenza. Ma ci vogliono tempo, persone e mezzi.
Cosa chiede all’Occidente?
- Aiutare gli iracheni nella riconciliazione, insistere sui diritti umani, che sono uguali per tutti e la base del dialogo necessario con i musulmani. E bisogna anche aiutare gli islamici a una nuova lettura che ponga nel giusto contesto storico quello che c’è di controverso nel Corano, e valorizzi ciò che è positivo, tra cui tanti versetti positivi verso i cristiani.
Cosa dice di Tareq Aziz e del processo al vice di Saddam?
- È stato arrestato come membro del partito Baath, non come cristiano. E deve essere giudicato per le sue responsabilità personali, come ogni iracheno. Ma siamo contro la pena di morte: la vita è un valore assoluto. (Osvaldo Baldacci)
[Metro]
Gode di un credito privilegiato, costui, a differenza del meno quotato Ron Paul che però viaggia senza potenti lobby economiche e strane conventicole dietro, lo riconoscete a destra del teschio in piedi?
