
Più il petrolio sale, più il pessimismo si diffonde nei mercati, deprimendo azioni e dollaro. Ma anche il contrario può essere vero: più le Borse e il biglietto verde scendono, più il petrolio – e le materie prime in generale – diventano attraenti per gli investitori, che quindi accelerano gli acquisti, provocando nuovi rialzi di prezzo. È un circolo vizioso, che negli ultimi due giorni ha prodotto il risultato di potenziare ulteriormente il rally del greggio: anche ieri, per la seconda seduta consecutiva, Brent e Wti hanno aggiornato il record storico, arrivando a sfiorare i 143 dollari al barile. Il nuovo picco è di 142,97 $/bbl per il riferimento europeo, che ha poi chiuso a 140,31 (+0,3%), mentre il greggio americano si è spinto fino a 142,99 $/bbl per assestarsi a 140,21 (+0,4%).
Se giovedì l'epicentro del terremoto che ha colpito i mercati era probabilmente da identificare nel greggio, schizzato in rialzo di oltre 5 $/bbl, ieri la maggior parte degli osservatori propendeva per la spiegazione opposta: con le Borse mondiali scese ai minimi da tre mesi e Wall Street in difficoltà (quanto meno in apertura), il petrolio non solo non ha subìto correzioni, ma ha continuato a correre.
Comunque sia andata, lo strappo dei prezzi verso l'alto, nel giro di due sole sedute, è stato talmente forte e repentino da innescare dinamiche pericolose sui mercati: gli analisti tecnici indicano che la prossima resistenza è a 145 $/bbl e che i grafici prefigurano il raggiungimento di quota 150 $ a metà luglio, 170 $ a settembre e 200 a gennaio 2009.
Le indicazioni dell'analisi tecnica sembrano essere state recepite sul mercato delle opzioni: la call option che consente di acquistare il Wti scadenza dicembre a 150 $/barile ha toccato ieri gli 11 $/barile, circa otto volte il prezzo cui era scambiata a inizio maggio. A questi livelli, per ottenere un profitto esercitando l'opzione bisognerebbe che il greggio in dicembre costasse almeno 161 dollari al barile.
I fondamentali della domanda e dell'offerta da tempo non fanno che corroborare la convinzione che il prezzo del barile sia destinato più facilmente a salire che a scendere. E ancora ieri c'erano analisti che escludevano ogni altra spiegazione ai rincari. «Siamo convinti – afferma una nota appena diffusa da Deutsche Bank – che fattori che stanno guidando i prezzi al rialzo siano di natura fondamentale e non speculativa. Il barile deve raggiungere un prezzo di 150 dollari perché il petrolio arrivi a costituire una quota del Prodotto interno lordo globale analoga a quella dei primi anni 80. Solo arrivati a quei livelli cominceremo a vedere qualche segno in più di distruzione della domanda e quindi un eventuale picco massimo dei mercati petroliferi».
La diatriba tra quanti attribuiscono la responsabilità dei rincari ai fondamentali e chi invece accusa gli speculatori è più che mai aperta. Il Congresso statunitense ha appena approvato con una maggioranza schiacciante – 402 voti favorevoli contro appena 19 contrari – un disegno di legge che assegna poteri straordinari alla Commmodities Futures Trading Commission (Cftc), organismo che vigila sugli scambi di derivati sulle materie prime. Se il provvedimento passerà anche al Senato, la Cftc dovrà reagire immediatamente contro eventuali «fluttuazioni improvvise o irragionevoli dei prezzi» e altre attività che «impediscano ai mercati di riflettere accuratamente le forze dell'offerta e della domanda nel campo delle commodities energetiche».
Probabilmente, come spesso accade, la verità sta nel mezzo: fondamentali e speculazione oggi come oggi hanno entrambi un ruolo nel determinare l'andamento dei mercati petroliferi. Di certo, il pessimismo sta crescendo. Un sondaggio Reuters tra gli analisti ha evidenziato un cambio di rotta preoccupante: fino a un mese fa la previsione media del prezzo del greggio per il 2009 era più bassa di quella per il 2008. Ora non più: il Wti, secondo i partecipanti al sondaggio, costerà in media 113,24 $/barile quest'anno, 113,25 il prossimo e 115,59 nel 2010.
[Sole24ore]
Per il 2009 200 dollari, che la speculazione ci sia è un dato di fatto!
Che sia fatto per correggere qualche inflazione e anche scoraggiare nuovi ed emergenti Paesi in via di supersviluppo, non lo so, ma quando quei pesi chiederanno la risorsa; chi li soddisferà?