
29 Marzo:
Le elezioni legislative e presidenziali segnano l'inizio della crisi istituzionale.
Per la prima volta dal 1980, anno della presa del potere, il partito del Presidente Robert Mugabe, Zanu-Pf, perde la maggioranza assoluta in parlamento.
Il Movimento per il cambiamento democratico (Mdc) conquista 97 seggi su 210.
Il leader del Mdc Tsvangirai dichiara anche un vittoria alle presidenziali con il 50,3% dei voti contro Mugabe. Nonostante le reciproche accuse di brogli elettorali e le violenze di contorno si decide per il ballottaggio, fissato per il 27 Giugno.
22 Giugno:
Tsvangirai si ritira dal ballottaggio dopo mesi di guerra civile strisciante, che ha lasciato sul campo ben 86 membri del Mdc, uccisi dalle milizie dello Zanu-Pf, ed oltre 200 mila sfollati.
27 Giugno:
Mugabe vince un solitario ballottaggio e si insedia, per la sesta volta, alla guida della Zimbabwe.
La commissione elettorale afferma che Mugabe ha vinto con un plebiscitario 85% di consensi. L'affluenza alle urne è stata però del 42%.
1 Luglio:
I 53 membri dell'Unione Africana adottano una risoluzione “morbida” nei riguardi dello Zimbabwe, suggerendo allo Zanu-Pf d'instaurare un maggior “dialogo” con l'opposizione.
La risposta di Mugabe non s'è fatta attendere:”...andate ad impiccarvi!”.
Nulla di nuovo sotto il sole d'Africa. Lo Zimbabwe resta congelato intorno ad un vecchio satrapo terzomondista che nessuno vuole far sloggiare, tra imbarazzi ufficiali ed affari quanto meno loschi ,per un motivo molto semplice; Il Sud Africa del “grande vecchio” Mandela appoggia in tutti i modi il compagno Bob Mugabe per questioni di amicizia e di alleanze tribali, ciò in concerto con Pechino e Mosca che puntano ad una maggior penetrazione in Africa australe a discapito degli USA e dell'Unione Europea.